martedì 27 giugno 2017

Le sorelle misericordia di Marco Ciriello

Dunque, vediamo.
Come iniziare a chiacchierare di Le sorelle misericordia di Marco Ciriello? Perché è una lettura breve ma complessa, anzi, più che complessa direi profonda. Una lettura che probabilmente mi sarei negata, non fosse che mi è arrivata tra le mani allo stand di Spartaco Edizioni in quel del Salone del Libro – uno dei pochissimi stand in cui ho avuto la faccia tosta di presentarmi, che c'eravamo accordati per un caffè. Il caffè non ho avuto tempo di prenderlo, era l'ultima ora dell'ultimo giorno del Salone e dovevo ancora fare un salto da Casa Sirio, ma Le sorelle misericordia le ho trafugate ben volentieri. Dicevo, una lettura che mi sarei negata, e che sono ben lieta di aver fatto. È come se non fosse un libro mio, come se scorressimo su binari esattamente paralleli, ma potessimo comunque osservarci con curiosità e interrogarci a vicenda a distanza.
Le sorelle misericordia inizia con una partita di tennis, sport del quale so poco e nulla – come del resto buona parte degli sport. Una campionessa italiana, Laura Cammarata, sta stra-vincendo contro un'australiana. È un match importantissimo quanto perfetto, una di quelle partite che entrano nella leggenda; solo che a un certo punto Laura, già molto credente di suo, vede la Madonna. Non le dice nulla, e lei non è che capisce granché. Però lascia tutto. Si scusa e se ne va. Abbandona il tennis, la ribalta, la soddisfazione di chi si è allenato tutta la vita, e decide di dedicarsi totalmente alla sorella Cristiana, su cui si abbattuta la SLA.
Cristiana è ben diversa dalla sorella; alla sua fede incrollabile, fatta di uno studio acritico e intenso, oppone un ateismo rabbioso. Non odia Laura in quanto sana, ma odia il fatto che, pur essendo sana, ha abbandonato tutto ciò che si era costruita per sprecare le sue giornate dietro un'invalida. Odia la sua fermezza nel credere. Odia il peccato, non la peccatrice. Scusate la battutaccia.
E questo libro è fatto in buona parte delle loro discussioni, del modo in cui si guardano e si amano a vicenda, che per quanto diverse – in tutto – sono sorelle, e non è un legame da niente. Anzi, è proprio in virtù della forza di questo legame che Cristiana si sente in grado di tirarlo, provocando costantemente la sorella, puntando sistematicamente su ciò che ha più caro.
E in realtà è una lettura che mi ha portato a fare qualche riflessione di mio. Cioè, ho sempre detestato l'idea che “siccome noi atei siamo nel giusto, va' la scienza come ci dà ragione, 'ndiamo a dimostrare a questi illusi quanto sono illusi”, non è che avessi bisogno di riflettere granché sulla questione. La sicurezza di essere totalmente nel giusto, questo continuo voler mettere le mani nella visione del mondo degli altri, mi dà la nausea a prescindere, da un lato e dall'altro.
E mentre leggevo pensicchiavo a quanto sia strano voler mettere in discussione qualcosa come la fede – che tecnicamente non dovrebbe essere la fiducia totale in assenza di prove? Un fortissimo “ok, fermo là, non dire altro, ti credo”? - con una discussione fatta di esempi, numeri, logica. Non è, pensavo, un po' come cercare di udire con la bocca? Sono due cose distinte, uno il sentire e l'altro il pensare, mi dicevo.
Poi mi è capitato di chiacchierarne con un amico credente, che non si è detto poi d'accordissimo sul mio pensicchiare; c'è da dire che non ero proprio la perfetta immagine della sobrietà, quindi un po' mi sono spiegata male, un po' non ricordo le risposte e mi sa che avrei fatto bene a riaffrontare l'argomento prima di scrivere questo post. Ma comunque.
Forse mi sono fatta un'idea sbagliata, e il dubbio è una parte integrante della fede, e ha perfino bisogno di essere nutrito con la discussione, pure e soprattutto coi detrattori. Come una bolla che va grattata, ogni tanto. Non saprei dire, è un senso che mi manca, anche se proprio per questo mi interessa capirlo.
Ma torniamo al libro, a Laura e a Cristiana.
Che dal lontane che erano, si riavvicinano, e si rimpallano la narrazione e i punti di vista, il racconto delle giornate. È un libro fatto di frasi brevi, secche, spesso neanche belle. L'autore ha preferito l'immediatezza e la semplicità al bel scrivere, e non so bene come pormi di fronte a questa scelta. È una storia che si sarebbe potuta scrivere in mille modi, credo, e ognuno avrebbe aggiunto e tolto qualcosa.

Mi è piaciuto, credo che questo si sia potuto notare. Forse più per quello che scatena, che per quello che è. Una battaglia teologica e una storia di sorelle. 

mercoledì 7 giugno 2017

La petite di Michèle Halberstadt

Oggi ero presa bene, in biblioteca. Mi sono piazzata al banco prestiti, di fronte al pc; c'era poca gente, eravamo in orario di pausa pranzo. Apro word, inizio a scrivere la recensione, la voce mi fluisce tra le dita con insperata facilità.
E poi niente, arriva la collega simpatica che mi dice che mi stanno aspettando per mangiare nel retro. Chiudo il file, vado, si chiacchiera e alla fine Collega Simpatica mi fa pure le sopracciglia. Ho forse il diritto di lamentarmi? Un paio d'ore prima mi aveva pure dato un cioccolatino. Mi sento vagamente viziata.
Dunque, La petite di Michèle Halberstadr, edito da L'Orma Editore nella traduzione di Elena Cappellini. Un libro piccolo, svelto, piacevolissimo. Preso al Salone un po' a scatola chiusa, dopo aver guadato con estrema attenzione l'offerta presente. Penso che quest'anno L'Orma sia l'editore da cui ho fatto più acquisti. E diamine, non me ne pento.
Di che parla La petite, questa storia piccola come la protagonista? Parla di una ragazzina, una dodicenne che un bel mattino si sveglia, si prepara per andare a scuola e, prima di uscire, ingerisce tutti i sonniferi che trova in casa. Ed è lei a raccontarlo, delle prime ore di lezione in cui comincia a sentirsi assonnata, della professoressa che la manda in infermeria vedendola così pallida.
E poi della sua vita, così breve e così vuota, di quello che poco e poco l'ha spinta nel baratro. Della morte del nonno, del silenzio che si è autoimposta, del muro che si è costruita attorno. Sono gli anni '60, ha una sorella maggiore bellissima che riesce in tutto ciò che fa, una madre troppo rigida, un padre assente. Basta questo per uccidersi? Penso di sì, dipende dalla persona che si è, da come si reagisce alle cose. E la petite non reagisce. Si lascia ferire e si rimpicciolisce. Rimpicciolisce fino a sperare di scomparire, piuttosto che rimanere così piccola.
Eppure, e questo forse può stupire considerando il tema, è una lettura piacevole. Lo stile è leggero, si va avanti senza angoscia, piuttosto con un lieve sentimento di comprensione.
Lo consiglio, lo consiglio moltissimo. Non è una perla, non è quel romanzo prezioso che bisogna leggere assolutamente. Non è Espiazione, non è Pastorale americana. Piuttosto è una conchiglia che si trova sulla spiaggia; una di quelle piccole e bianche, che ti porti a casa perché in qualche modo, neanche tu sai come, ti ha conquistata.